L'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz sabato, invertendo la sua breve riapertura avvenuta solo il giorno precedente e gettando nuova incertezza sui negoziati nucleari in corso con gli Stati Uniti. La mossa è avvenuta mentre entrambe le parti segnalavano progressi diplomatici, nonostante disaccordi di fondo su questioni nucleari e sul controllo della strategica via d'acqua.

La chiusura interessa un quinto delle spedizioni globali di petrolio e blocca centinaia di navi con circa 20.000 marittimi in attesa di attraversare il Golfo. Teheran ha giustificato l'azione come risposta al blocco statunitense dei porti iraniani, definendolo una violazione dell'attuale accordo di tregua.

Abbiamo fatto progressi, ma la distanza tra noi rimane grande. Ci sono questioni su cui insistiamo... Anche loro hanno linee rosse. Ma queste questioni potrebbero essere solo una o due.

Mohammad Baqer Qalibaf, capo negoziatore iraniano — media di stato

Il presidente Trump ha riconosciuto l'impegno diplomatico, ma ha condannato la chiusura dello stretto da parte dell'Iran come ricatto. Ha difeso il blocco marittimo statunitense dei porti iraniani e minacciato di riprendere le azioni militari se non emergerà un accordo a lungo termine prima della scadenza della tregua, prevista per mercoledì.

Il conflitto di otto settimane tra la coalizione USA-Israele e l'Iran ha causato migliaia di vittime ed è dilagato in Libano, dove le forze israeliane hanno riportato un soldato ucciso e nove feriti negli scontri recenti. I prezzi del petrolio sono saliti a causa della chiusura effettiva dello stretto, iniziata con l'inizio della guerra il 28 febbraio.

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🇸🇬Singapore
Straits Times
Analitico

The Straits Times sottolinea le implicazioni marittime ed economiche della chiusura dello stretto, evidenziando il costo umano con dettagli specifici sui marittimi bloccati. Come principale hub di spedizione, la prospettiva di Singapore si concentra sulla disruption delle rotte commerciali globali e sulle conseguenze pratiche per il commercio internazionale, piuttosto che prendere posizione nella disputa geopolitica.